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NIMBY e NIMTO: due sigle inglesi per un fenomeno molto italiano

NIMBY e NIMTO: due sigle inglesi per un fenomeno molto italiano

Not In My Back Yard e Not In My Terms Of Office, letteralmente Non Nel Mio Giardino e Non Durante Il Mio Mandato, sono due definizioni coniate in ambito anglosassone. Indicano un atteggiamento di protesta o chiusura nei confronti di progetti che prevedono la realizzazione di opere di interesse pubblico o privato che si teme possano avere ripercussioni negative sul territorio in cui queste opere dovrebbero sorgere.

Nel caso del NIMBY, si tratta di un movimento di contestazione da parte delle comunità locali – cittadini, organizzazioni territoriali, comitati di quartiere, ambientalisti – per opere ritenute necessarie o utili, purchè non siano costruite all’interno del proprio comprensorio. Il NIMTO è una diretta conseguenza del NIMBY, poichè riguarda la riluttanza delle Istituzioni incaricate di approvare i progetti di costruzione e che, invece, tendono a prorogare la loro decisione per non inimicarsi la cittadinanza, diventando esse stesse oggetto di critiche da parte dell’opinione pubblica.

Dietro queste sigle, spesso oggetto di discussione anche sui media italiani, si cela il vero problema alla base delle divergenze tra i diversi attori coinvolti nella realizzazione di grandi opere sul territorio: una comunicazione poco chiara, in termini poco comprensibili e con tempi non sempre utili ad una concreta interazione tra imprese, cittadini e istituzioni. Il grande assente, in queste dinamiche, è proprio il dialogo con gli enti locali, con i comitati e le associazioni civiche, con le organizzazioni ambientaliste, sia da parte delle aziende, sia da parte dei soggetti istituzionali.

Secondo il NIMBY Forum, ciò comporta centinaia di casi di contestazione ogni anno (334 censiti nel 2014) per impianti che dovrebbero servire a utilizzare al meglio o produrre energia o a smaltire le sostanze nocive senza intaccare l’ambiente circostante. È vero che i frequenti casi di illegalità e i recenti episodi di cronaca contribuiscono ad alimentare una certa diffidenza – se non sfiducia totale – nei confronti della politica e delle imprese attive in questo settore, ma è anche vero che il nostro Paese risulta agli ultimi posti al mondo per investimenti in energie rinnovabili, con un calo che ha fatto registrare il -60% solo nel ramo dell’eolico e del fotovoltaico (Bloomberg New Energy Finance, 2014). In questo caso è impossibile non pensare a quanto le lungaggini burocratiche, una normativa poco aggiornata e i casi di opposizione serrata da parte dei comitati urbani influiscano sulla scarsa voglia di puntare sull’innovazione in campo ambientale.

Quello che è appena iniziato è stato dichiarato dal Parlamento Europeo l’Anno dello Sviluppo, dodici mesi per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale nei confronti dei cambianti climatici e della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Per l’Italia si tratta di una grande scommessa, soprattutto in vista di Expo 2015, che metterà il Paese sotto i riflettori di tutto il mondo parlando proprio di ambiente e sopravvivenza globale. E’ giusto dunque partire da alcuni buoni propositi di cooperazione e partecipazione tra tutti i soggetti legati al territorio nazionale per fare in modo che preconcetti, interessi personali e disinformazione non incidano sui progetti che possono contribuire a fare ripartire il nostro sistema con una nuova energia, un’energia pulita in un ambiente tutelato.

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